TaxcreditGate all’italiana

Nulla di rischioso

Lo scandalo Watergate nacque inizialmente come un caso di intercettazioni illegali compiute ai danni del Partito Democratico americano nel quartier generale dell’Hotel Watergate.
Il dibattito pubblico si concentrò (e venne orientata) sulla questione tecnica del reato di spionaggio, distogliendo l’attenzione dal vero problema: un sistema diffuso di corruzione, abusi di potere e manipolazione dell’opinione pubblica orchestrato dall’amministrazione Nixon.

Il focus mediatico si concentrò sulle intercettazioni ma la vera minaccia era più ampia: un governo che cercava di sabotare l’opposizione, gestire illegalmente i finanziamenti e soffocare la libertà di stampa. Solo grazie all’indagine di alcuni giornalisti del Washington Post, il caso si ampliò fino a rivelare un uso sistematico del potere per alterare il processo democratico.

Dirottare l’attenzione su un aspetto parziale e localizzato è la strategia migliore per allontanare il dibattito dal problema di fondo. In quel caso si trattava di un sistema consolidato di relazioni opache, spartizioni silenziose e decisioni prese in ambienti impermeabili al confronto pubblico.

Deviazioni
Fatte le dovute proporzioni, anche nella vicenda del nostro derelitto tax credit, in corrispondenza con trattative occulte tra Istituzioni, partiti e majors, è stato scelto l’espediente più facile per distrarre le masse.

Intaccare lo strumento illegittimo e criminogeno che aveva foraggiato un intero settore, è stata infatti la miccia che ha scatenato un’onda di proteste. In realtà, sono state reazioni manifestate a mezza bocca, vista la paura di denunciare un sistema delinquenziale e mafioso, ma la vaporosa frammentazione di un ambiente senza identità non offriva grandi spazi di manovra.

La fantomatica agevolazione sul credito d’imposta è diventata quindi il bersaglio grosso su cui puntare i cannoni delle nuove (nuove de che?) regole.
Non serviva un abile stratega per prevedere che in tal modo, nel giro di un secondo, il tax credit sarebbe diventato il totem idolatrato da schiere di fedeli. Da sempre oggetto del desiderio e poi presentato come un messia, ha permesso di maneggiare senza controllo miliardi di euro in totale assenza di indirizzo. O meglio, una direzione c’era ma riguardava pochi soggetti e i loro riferimenti politici e istituzionali.

Quale miglior feticcio per semplificare la contestazione e circoscrivere il dissenso? La questione tax credit non crea contraddizioni al sistema, non propone evoluzioni emancipatorie e non sventola pericolose bandiere per la cultura. È il pane e prosciutto dei poveri che prova ad aggiungersi al menu imperiale dei ricchi senza nessuna possibilità di sedersi al tavolo che conta. Mentre i padroni si ingrassano giunge qualche mormorio di chat, di post e di webinar. Arriverà qualche decina di migliaia di “mi piace” ma nulla di rischioso per il potere costituito. Qualcuno magari comporrà canzoni, altri andranno in piazza, ma ci sono 60 anni di tempo (sprecato) che ci separano dalla musica e dalle piazze che forse avevano un senso.

Il tax credit de’ noantri
In questo “watergate di provincia” non ci sarà bisogno di ostacolare le opposizioni politiche perché dovrebbero accusare se stesse e quindi non parleranno. Non occorrerà nascondere i finanziamenti illeciti perché, a parte un paio di voci coraggiose, nessuno avrà il coraggio di denunciarli.

Infine, rispetto a quei marginali dettagli della libertà d’espressione e del pluralismo artistico, se pure qualcuno provasse a sollevare il problema, verrebbe impallinato dall’interno dello stesso settore cinematografico. Il nostro non è un paese per valori e principi e nemmeno per giovani.

In questo inconsistente dibattito, ci si è focalizzati su una misura specifica di finanziamento, trascurando la discussione su un modello economico e produttivo insostenibile che andrebbe profondamente riformato.
“Tutti gli uomini del presidente”[1] dalle nostre parti durerebbe meno di un cortometraggio e potrebbe essere girato in un solo ambiente. Ispirandosi ad alcuni odori disgustosi e a molte posizioni assunte potremmo pensare al cesso del ministero ma dicono che anche quello sia poco accessibile.

Per capire la luna dovremmo imparare a volare. Che tristezza vedere tanti culi seduti per terra e tanti sguardi attaccati a un dito.

Stefano Pierpaoli
28 marzo 2025

[1] Tutti gli uomini del presidente (All the President’s Men) è un film del 1976 diretto da Alan J. Pakula e interpretato da Dustin Hoffman e Robert Redford. Basato sull’omonimo saggio scritto dai giornalisti Bob Woodward e Carl Bernstein, ripercorre l’inchiesta del Washington Post che nel 1974 condusse allo scandalo Watergate e alle dimissioni di Richard Nixon da presidente degli Stati Uniti.